Assunto di base

La mente è come un paracadute. Funziona solo se si apre.
(Albert Einstein)
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lunedì 28 luglio 2008

Certi inciampi linguistici

di Salvatore Insana




Acrobazie labirintiche intrecciate, moltiplicarsi di letture nell'affollamento, divaricarsi di lingue e linguaggi per compiere azioni diverse. Vado infine a stendermi su quelle enormi poltrone della multisala Mk2 più vicina. Ascoltare in inglese, leggere in francese, pensare in italiano...e vedere? come? comprendere? Quando?...Certi inciampi linguistici buffi ed inattesi fanno tuttavia sobbalzare. “Il futuro non è chiaro per me”...confessa il piccolo tedesco durante l'atelier di lingua. Ma è del tempo verbale che stava parlando, e non di ciò che interessa maggiormente noi tutti, ovvero il proseguimento sano o felice della nostra avventura.
Un continuo stato di allerta, un ripetuto dibattersi ed interrogarsi quando c'è da intraprendere una discussione nell'altra lingua. Dubitare su cosa avrà mai detto quel tale, di cosa si trattava esattamente in quel dialogo, cosa è rimasto intrappolato nella traduzione? Eppure sopravvive una certa rilassatezza del sentirsi in ferie dal proprio linguaggio ufficiale, forse anche dal proprio personaggio abituale. Eppure in tale situazione, diviene più stimolante quel brivido continuo: dare un nome alle cose. L'azione è meno ovvia, più meditata, sempre all'interno di una libertà inusitata di parola e delle parole che vanno e vengono incontrollate, mentre si va confessando a se stessi che d'un proprio linguaggio multicolore ormai ci si serve, una piattaforma molteplice che di tutti questi apporti si serve con continuità crescente.

Essere in un cruciverba nel quale si va sempre cercando la parola mancante..e gli spazi vuoti sono ancora numerosi...un cruciverba dai tratti esistenziali e metaforici, di quelli per i quali serve forse un dizionario non ancora concepito, un formulario non ancora pensato, uno stradario che fa della vaghezza il suo punto di riferimento. Ogni nuova parola scovata e memorizzata è un passo avanti nella costruzione Il grande crossword è la città, ed io di questo gioco sono il piccolo attore che s'arroga il ruolo sublime del viaggiatore smarrito. In cerca di definizione, e senza dubbio di una piena destinazione, riempo progressivamente le caselle, colmo il bicchiere di nuovi termini lo svuoto ancora e provo a districarmi ad un livello ulteriore, nei pressi di un altro quartiere o di una rue ancora sconosciuta. E chi o cosa saranno mai le caselle oscure?

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venerdì 25 luglio 2008

La fede in metro

di Salvatore Insana





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giovedì 10 luglio 2008

Poesia ladra

di Salvatore Insana









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giovedì 3 luglio 2008

Linea 13

di Salvatore Insana



La linea tredici è sovraffollata, piena di intoppi e d'incidenti, additata persino da quei professori che arrivano attardati in aula come superstiziosa testimonianza del potere negativo che il numero in questione possiede per tutta una tradizione popolare. Per due volte ho già visto passeggeri senza fiato esser portati a braccia da qualche volenteroso fuori dalla calca di pendolari, involontaria recita di un'altra passione, di un altra pietà, con diverse circostanze, difforme sacralità, ma molto vicina postura di un corpo esangue e muto, a pochi passi dall'eterno riposo, come tutta una iconografia cristiana ci ha trasmesso...Per due volte un'altra corsa si è arrestata. Una collisione, una treno in panne, una momentanea vacanza del sistema di segnalazione, i problemi più ricorrenti.


A tratti percepisco e concepisco le carrozze metropolitane alla stregua di un organismo vivente: queste macchine si nutrono di noi passeggeri, si riempono, si svuotano, si surriscaldano, si ammalano, aprono le bocche per fagocitare nuovi utenti, accelerano la corsa, gareggiano in velocità, a volte rimangono tentennanti, percorrono senza nulla eccepire le medesime rotte ogni giorno, ogni ora, fino all'usura definitiva e fatale, la rottamazione finale che il progresso ha già in conto di esigere per loro. Creature che respirano.

Ci si chiede come possa una intera città reggersi in piedi ed in gran forma con tali grandi bruchi, che dal 1900 a oggi si sono moltiplicati fino a costituire un piccolo esercito di enormi talpe in forsennato andirivieni tra le 14 linee disponibili; una marcia sotterranea che raggiunge ogni limite spaziale del tracciato di città.

E poi, un'intera casistica interessa il rapporto d'ogni passeggero con l'equilibrio. Come si fa a non cadere? Ci si tiene al palo? Diverse modalità di persistere nel logorante lavoro di bilanciamento della giornata, intontita quando essa inizia, assai più pesante quando si avvia al tramonto. Di solito, nel regno metropolitano, a confronto con altri sottoboschi sociali di più palese quanto vacuo prestigio – le vie d'alta moda o il palcoscenico televisivo, ad esempio – s'abbassano i tacchi, le pretese, le acconciature; le teste tendono a formare un angolo di novanta gradi con il resto del corpo; ed insieme crescono gli odori e le rughe sulla pelle dei passeggeri. Invece anche in questo ambiente a Parigi si può essere spettatori di una lieta passerella di figure diverse, di una vita non strangolata esageratamente dai ritmi lavorativi. Un utenza molto più diffusa e ben somatizzata nei corpi dei cittadini rende questa terra senza luce solare uno degli incunaboli più fertili d' esperienze d 'incontri.

Je v'invite à prendre des corrispondences si vous pouvez!

Questo labirinto non è altro che un cervello sotterraneo, l'oscuro convogliarsi di tutte le forze e le spinte della città. Avere dei contatti, delle connessioni, delle corrispondenze. Muoversi tra entrate ed uscite, tra salite e discese. Rodersi e consumarsi tra lancette e file d'attesa è un rispecchiamento su larga scala del funzionamento e dell'andamento dei nostri neuroni nella scatola cranica.

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lunedì 23 giugno 2008

Il tramonto va di corsa

di Salvatore Insana




Finalmente corro ai bordi della Senna. Scopro ad ogni piccolo balzo un frammento sorprendente del mosaico umano che vive nei pressi dell'acqua verde d' alghe e rifiuti francesi. Una coppia in pigiama rosa ridacchia e si coccola. Arabi di misura incerta. Due signore bianche d'abito ed appannate di colorito provano a far jogging a passo lento: si scompongo i loro chignons al mio passaggio. Anche in questo che presumo velenoso esempio di corso fluviale c'è chi tenta di prevenire la chiamata divina verso l'aldilà: tenta di anticipare il destino, pescando tranquillo in riva. Proverà questo coraggioso senza coscienza o senza paura, a servire la morte sul tavolo di cena?


Le panchine, a tratti occultate dagli arbusti di palude, suggeriscono la possibilità di una metafisica anche in questo luogo. Un vecchio viandante piegato su se stesso dorme da seduto, annegando nella lunga barba e celando il volto con un copricapo targato Usa d'un blu scolorito. A breve distanza, quasi in posa statuaria, quasi in versione Gilbert&George, due indiani fumano in compagnia di piccole buste ben comode ai loro fianchi. Guardano nel vuoto e non si parlano.
Baffi inumiditi e volto macchiato dalla fatica, un manipolo di vegliardi in calzamaglia e bastone sorseggia una birra, nella veranda improvvisata d'un bar a prima vista orgogliosamente malsano. Tra le antenne e le parabole, una donna d'avorio nero, occhi infiniti e turbante rosso, cerca di ritrovare il figlio nascostosi nel cortile. Una nuova coppia, di movenze occidentali, costeggia il canale. Un sozzo giovincello da' una bonaria gomitata al padre complice: quella borsetta nera, così sola mentre il fianco di lei lascia spazio alla mano dell'amato, sarebbe la preda ideale! Ma il buon senso lascia che per una volta prevalgano i buoni sentimenti sulla selvaggia lotta alla sopravvivenza.
Evitando le ruote dei velo, intendendo di tanto in tanto qualche scampanellio d'avvertimento, supero i ponti più bui, dove piccoli aggregati adolescenziali in fase turbolenta, con capelli ricci ed abiti rappeggianti, consumano lattine e tabacco al tramonto delle loro giovani speranze. Mentre proseguo il mal di cinema risale in me: ritorno alla prima sequenza di 2001, A Space Odissey, nell'osservare contrapporsi due larghe famiglie, una contro l'altra nell'astio primordiale d'un regolamento di conti. I manganelli nella mano di uno, ed i denti ringhiosi d'un altro sono tenuti a freno, con viva fatica, dai più ragionevoli presenti nell'ambiente, mi allontano prima che veda il sangue colare. C'è della polvere che si alza: si gioca a calcio nel campo di cricket, si gioca a bocce sull'altra sponda, si gioca a far l'amore tra l'ombra e gli alberi. S'alza la fatica, il fiato inizia a mancare. Corro ancora, accelero, infine chiudo gli occhi. Li riapro e posso vedermi macchiato di verde, colorato di rosso, deformato ed affaticato, sullo specchio d'acqua d'un Narciso in pantaloncini, avanza il tramonto parigino.


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mercoledì 18 giugno 2008

controcanto - istantanee 3

di Salvatore Insana



Take me to the station
And put me on a train
I've got no expectations
To pass through here again

Once I was a rich man
Now I am so poor
But never in my sweet short life
Have I felt like this before

Controcanto. Quanti sono i clochard di città! Passando da Place d'Italie dopo il tramonto ce ne sono sempre almeno quattro cinque. Un gruppo affiatato, dal tipico odore alcoolico, dal tono scanzonato, dal linguaggio sincopato ed ancora non afferrabile. turistica. A far vibrare le corde logore di un violino, producendo un suono da musica minimale, davanti al Beabourg. A testa bassa sui gradini delle stazioni. Piccoli pezzi di cartone provano a spiegare le loro ragioni. Li si incontra Imploranti qualche centesimo tra i vagoni, in cima alle scalinate della chiesa, all'ingresso d'una moschea. A dormir sotto le pioggia, con una mortale incuria per il proprio corpo. Quando rientro in casa, mi volto ormai con gesto abitudinario sulla sinistra, a salutare con gli occhi quell'omino che si piazza sotto la tettoia del rivenditore Fiat di zona, coprendosi con coperte dal colore smog, una grande busta imbottita come cuscino. Esseri solitari, tristi eppure spesso solidali con chi sembra vivere la loro stessa condizione. Claudicanti e deformi, curvi e schiacciati dal peso dell'ipocrisia altrui.


Dispersi, abbandonati, estranei al traffico ed al travaglio vacuo di chi è sedotto o costretto dal lavoro. Figure anarchiche per eccellenza, carico di mistero è il loro tracciato di rughe in volto, il loro sguardo che va verso un orizzonte già sbarrato o ancora sperato. Si legge in questi giorni sugli schermi informativi ai tornelli d'ingresso. Qualcuno si è gettato tra i binari della linea 6. Si cercano testimoni. Due tra questi mendicanti stavano per azzuffarsi. La postazione di lavoro, se così si può dire, è contesa. L'uno agiva attraverso uno struggente cartellone, esibito tra le mani logore: Vraiment et uniquement pour manger!...cranio rasato, carnagione chiara, basso di statura, volto scavato, alcuni buchi ben visibili tra i denti superstiti. Sguardo cattivo, o meglio inacidito dalla misera condizione cui deve far fronte.
Eppure fuma, eppure parla al cellulare. L'altro era fornito di volantini di un verde ormai stinto che tentava di porgere con sguardo non troppo implorante agli automobilisti in attesa al semaforo. Più robusto, forse di origini arabe, barba incolta, cappellino sozzo in testa. È lui adesso a padroneggiare il posto: sarà arrivato in anticipo sui contendenti stamattina. Quando anche l'altro prova a reclamare i suoi diritti di povero, il primo inizia ad emettere dei versi non conosciuti, alza la voce, ed minaccia di gettare dal cavalcavia assai prossimo alla rue di lavoro il suo concorrente. Sembrano entrambi professionisti esperti ed evidentemente consumati. È un vero impiego questo allungare la mano per raccattare pochi spiccioli. La vita è finita per loro? Arrestata. Non ho visto neanche un vetro d'auto abbassarsi. Non sarà un caso ma bensì una eccellente metafora vederli fermi al semaforo rosso. Da lì non sanno o non possono più fuggire.

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venerdì 13 giugno 2008

Saint Denis

di Salvatore Insana




Nel percorso di scoperta mi guida quest'oggi un genere a metà tra rap confessionale e poesia in argot, lo slam di Grand Corps Malade, figura trascinante del Cafè Culture e dell'universo mescolato e malinconico della banlieue a nord della città, una fiera di colori diversi, spinte di natura multipla e spesso irrazionali, di malfamate tradizioni di minima criminalità che ogni tanto culminano nel furto d'un i-pod o d'un cellulare. Qui puoi prender una birra a buon prezzo. È una brasiliana dai denti logori e dall'accento bizzarro a servirla. Prima di passare dalla cassa può capitare che te ne servano un'altra in omaggio. Se avanzi di qualche passo è l'ufficioso portone segreto dei piccoli pusher di zona a fagocitarti in un piacere diverso. Tra piccoli borghesi e timidi turisti, il luogo pullula di clandestini e di francesi di recente acquisizione: Maghrebini, rifugiati dei Balcani, Pakistani ed Indiani, membri colorati dell'Africa nera. Portoghesi, rom e frutti delle colonie come le Antille. e veramente pochi volti della Francia più stilizzata.


Saint Denis si è tuttavia risollevata dal maledetto grigiore delle periferie, dalla piattezza del ridurre i propri giorni ad un tour servile intorno al centro commerciale di zona. Una decina d'anni fa lo Stade de France è sorto a pochi passi dal canale della Senna che conduce fino a Port de Paris. E frutto del destino fu proprio la Francia meticcia ed orgogliosa di Zidane a trionfare in quella edizione della Coppa del mondo. La linea 13 della metropolitana ha permesso un accesso più facile al XIX arrondissement, il quartiere più a Nord di Parigi. L'università di Vincennes ha poi trovato dimora stabile in questi luoghi. Ora continua il suo percorso di ricerca d'un insegnamento più libero e meno accademico, lasciando spazio come è stato fin dai suoi natali, in anno di grazia 1969, alle menti più lucide dei meandri universitari.

La Basilica è ancora al centro del flusso vitale. Ospita le spoglie di quel Saint Denis che numerose leggende dipingono come figura eroica e surreale. Secondo la più accreditata di queste, quella che si può leggere nella Vie de Saints, di Jacques de Voragine, un testo del XIII secolo, Denis, vescovo inviato da Roma, nel III secolo, ad evangelizzare i barbari di Gallia, riesce tanto bene nel suo compito di conversione fino a diventare scomodo per gli officianti d' altre fedi religiose. Le truppe dell'imperatore Domiziano sono chiamate ad intervenire, arrestando Denis e due suoi compagni. Una volta che i tre si dicono refrattari a sottomettersi all'autorità imperiale, vengono torturati e condannati a morte. L'esecuzione si sarebbe dovuta compiere sulla collina di Montmarte, ma i legionari torturatori compiono il gesto estremo a metà del percorso che dal centro di Parigi porta verso la periferia. Denis è decapitato.

E qui prende il via il lato surreale della vicenda: Denis si rialza, raccoglie la sua testa e continua il suo cammino guidato da un angelo. Fa una pausa per lavare il capo insanguinato e poi continua per sei kilometri, fino all'attuale quartiere di Saint Denis, dove cade a terra esausto ai piedi di una certa Catulla, fervente cristiana. Sulla tomba che questa provvede ad allestire, spuntano immediatamente delle spighe di grano. La fertilità di Saint Denis ha allora origini antiche, che mischiano il fervore religioso al surrealismo più bislacco, contornando il vero con il finzionale, la storia con la leggenda, il popolo di Parigi con quello che ad esso va mescolandosi.

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venerdì 6 giugno 2008

Punto di partenza

di Salvatore Insana



Punto d'approdo, punto di partenza e di ripartenza. La mia prima visione di Parigi coincide con l'arrivo d'un corpo ebbro per lo straniamento, affaticato per quelle pesanti valigie che non vogliono lasciarmi andar da solo, fino all'ostello scelto a sorte dall'Italia, reputato ospitale semplicemente dal nome indicatomi sul web e prenotato con sollievo e conforto visto il risicato dispendio di denaro che l'impresa esigeva.

Arrivo allora a Barbèr Rochechouart, linea 4 del groviglio metropolitano che la città offre ai pedoni. Parigi possiede infatti un labirinto sotterraneo di lunga tradizione. Già nel 1900, in occasione della grande esposizione universale che si tenne intorno ai viali della appena completata Tour Eiffel, turisti e cittadini francesi potevano usufruire di efficienti vie di trasporto su rotaie. Oggi le linee di cui ci si può servire sono ben 14, facilitando non poco gli spostamenti da un arrondissement (i nostri quartieri) all'altro, e consacrando a luogo di fermenti e di scambi vitali, seppure rapidi ed effimeri, questa parte della città che non conosce mai il sole. Tra chioschi e boutique, colorati tappezzamenti pubblicitari, banchine d'attesa e segnali di luce e di colore cangiante, vincono la gara dei sensi gli odori, a loro volta mutevoli da fermata a fermata, con una costante che si chiama boulangerie, ovvero diffuso sentore di burro in cima alle scale.
L'impatto con il quartiere dell'ostello è dei meno accoglienti possibili, se nelle strade neri serpenti con capellino sportivo, jeans corrosi e sguardo furbo ed attento, ti sussurrano ” marlboro marlboro” nelle orecchie; se i piccoli trafficanti locali aprono lo scrigno delle loro mani per offrirti dell'argento, dell'oro, o dell'altro ancora, se il traffico di uomini e semafori confonde la via. Vago al tramonto verso Gare du Nord, scivolando su Boulevard de la Chapelle senza sapere cosa cercare. L'asfalto bagnato, le mani di ghiaccio, la mente stordita...non arrivano consigli né parole d'incanto. Mi consiglio d'attendere il riposo, mentre mi imbatto nel gran portone d'accesso al Theatre Des Bouffes DU Nord, diretto da Peter Brook, una delle figure più importanti del storia teatrale contemporanea. E cerco da mangiare, tra le insegne ammiccanti di Rue Mrx Dormoy. Scelgo un ristorante cinese. Ordino a gesti quel che mi attira, poi mi accomodo in solitudine. Di fronte a me ammiro una signora in pantofole e vestaglia, occhi pesanti e acconciatura sfatta, pancia già piena, sovrabbondante. Mangia sola e disperata, azzannando il pollo farcito che tiene tra le mani. E poi solo una coppietta rilassata. Io leggo un primo opuscolo di informazioni sulla nuova città, raccattato all'incrocio di due vie, mentre arrivavano i ravioli ed il riso, e mi distraggo con la Coppa d'Africa sullo schermo in angolo, in alto a destra, unica fonte luminosa in un locale dalle tonalità soffuse. La fanciulla alla cassa compie gesti essenziali dietro il bancone, con pacatezza orientale, parlottando con il proprietario nel loro esoterico idioma. Poi mi chiede: un cafè maintenant?
Ed io mi dico: ecco la mia prima cena a Parigi!

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