di Salvatore Insana
Finalmente corro ai bordi della Senna. Scopro ad ogni piccolo balzo un frammento sorprendente del mosaico umano che vive nei pressi dell'acqua verde d' alghe e rifiuti francesi. Una coppia in pigiama rosa ridacchia e si coccola. Arabi di misura incerta. Due signore bianche d'abito ed appannate di colorito provano a far jogging a passo lento: si scompongo i loro chignons al mio passaggio. Anche in questo che presumo velenoso esempio di corso fluviale c'è chi tenta di prevenire la chiamata divina verso l'aldilà: tenta di anticipare il destino, pescando tranquillo in riva. Proverà questo coraggioso senza coscienza o senza paura, a servire la morte sul tavolo di cena?

Le panchine, a tratti occultate dagli arbusti di palude, suggeriscono la possibilità di una metafisica anche in questo luogo. Un vecchio viandante piegato su se stesso dorme da seduto, annegando nella lunga barba e celando il volto con un copricapo targato Usa d'un blu scolorito. A breve distanza, quasi in posa statuaria, quasi in versione Gilbert&George, due indiani fumano in compagnia di piccole buste ben comode ai loro fianchi. Guardano nel vuoto e non si parlano.
Baffi inumiditi e volto macchiato dalla fatica, un manipolo di vegliardi in calzamaglia e bastone sorseggia una birra, nella veranda improvvisata d'un bar a prima vista orgogliosamente malsano. Tra le antenne e le parabole, una donna d'avorio nero, occhi infiniti e turbante rosso, cerca di ritrovare il figlio nascostosi nel cortile. Una nuova coppia, di movenze occidentali, costeggia il canale. Un sozzo giovincello da' una bonaria gomitata al padre complice: quella borsetta nera, così sola mentre il fianco di lei lascia spazio alla mano dell'amato, sarebbe la preda ideale! Ma il buon senso lascia che per una volta prevalgano i buoni sentimenti sulla selvaggia lotta alla sopravvivenza.
Evitando le ruote dei velo, intendendo di tanto in tanto qualche scampanellio d'avvertimento, supero i ponti più bui, dove piccoli aggregati adolescenziali in fase turbolenta, con capelli ricci ed abiti rappeggianti, consumano lattine e tabacco al tramonto delle loro giovani speranze. Mentre proseguo il mal di cinema risale in me: ritorno alla prima sequenza di 2001, A Space Odissey, nell'osservare contrapporsi due larghe famiglie, una contro l'altra nell'astio primordiale d'un regolamento di conti. I manganelli nella mano di uno, ed i denti ringhiosi d'un altro sono tenuti a freno, con viva fatica, dai più ragionevoli presenti nell'ambiente, mi allontano prima che veda il sangue colare. C'è della polvere che si alza: si gioca a calcio nel campo di cricket, si gioca a bocce sull'altra sponda, si gioca a far l'amore tra l'ombra e gli alberi. S'alza la fatica, il fiato inizia a mancare. Corro ancora, accelero, infine chiudo gli occhi. Li riapro e posso vedermi macchiato di verde, colorato di rosso, deformato ed affaticato, sullo specchio d'acqua d'un Narciso in pantaloncini, avanza il tramonto parigino.
Finalmente corro ai bordi della Senna. Scopro ad ogni piccolo balzo un frammento sorprendente del mosaico umano che vive nei pressi dell'acqua verde d' alghe e rifiuti francesi. Una coppia in pigiama rosa ridacchia e si coccola. Arabi di misura incerta. Due signore bianche d'abito ed appannate di colorito provano a far jogging a passo lento: si scompongo i loro chignons al mio passaggio. Anche in questo che presumo velenoso esempio di corso fluviale c'è chi tenta di prevenire la chiamata divina verso l'aldilà: tenta di anticipare il destino, pescando tranquillo in riva. Proverà questo coraggioso senza coscienza o senza paura, a servire la morte sul tavolo di cena?

Le panchine, a tratti occultate dagli arbusti di palude, suggeriscono la possibilità di una metafisica anche in questo luogo. Un vecchio viandante piegato su se stesso dorme da seduto, annegando nella lunga barba e celando il volto con un copricapo targato Usa d'un blu scolorito. A breve distanza, quasi in posa statuaria, quasi in versione Gilbert&George, due indiani fumano in compagnia di piccole buste ben comode ai loro fianchi. Guardano nel vuoto e non si parlano.
Baffi inumiditi e volto macchiato dalla fatica, un manipolo di vegliardi in calzamaglia e bastone sorseggia una birra, nella veranda improvvisata d'un bar a prima vista orgogliosamente malsano. Tra le antenne e le parabole, una donna d'avorio nero, occhi infiniti e turbante rosso, cerca di ritrovare il figlio nascostosi nel cortile. Una nuova coppia, di movenze occidentali, costeggia il canale. Un sozzo giovincello da' una bonaria gomitata al padre complice: quella borsetta nera, così sola mentre il fianco di lei lascia spazio alla mano dell'amato, sarebbe la preda ideale! Ma il buon senso lascia che per una volta prevalgano i buoni sentimenti sulla selvaggia lotta alla sopravvivenza.
Evitando le ruote dei velo, intendendo di tanto in tanto qualche scampanellio d'avvertimento, supero i ponti più bui, dove piccoli aggregati adolescenziali in fase turbolenta, con capelli ricci ed abiti rappeggianti, consumano lattine e tabacco al tramonto delle loro giovani speranze. Mentre proseguo il mal di cinema risale in me: ritorno alla prima sequenza di 2001, A Space Odissey, nell'osservare contrapporsi due larghe famiglie, una contro l'altra nell'astio primordiale d'un regolamento di conti. I manganelli nella mano di uno, ed i denti ringhiosi d'un altro sono tenuti a freno, con viva fatica, dai più ragionevoli presenti nell'ambiente, mi allontano prima che veda il sangue colare. C'è della polvere che si alza: si gioca a calcio nel campo di cricket, si gioca a bocce sull'altra sponda, si gioca a far l'amore tra l'ombra e gli alberi. S'alza la fatica, il fiato inizia a mancare. Corro ancora, accelero, infine chiudo gli occhi. Li riapro e posso vedermi macchiato di verde, colorato di rosso, deformato ed affaticato, sullo specchio d'acqua d'un Narciso in pantaloncini, avanza il tramonto parigino.

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