Assunto di base

La mente è come un paracadute. Funziona solo se si apre.
(Albert Einstein)
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mercoledì 25 giugno 2008

Gemellaggi e rivalità

di Paolo Vaccaro




"Fine settimana o infrasettimanale, già da ragazzino allo stadio per tifare... Con gli altri ragazzi tante voci un solo cuore: difender la tua curva con coraggio e con onore. Quante mattinate a preparare gli striscioni, le coreografie, sciarpe, torce e bandieroni… ma ciò che conta per davvero? Aspettare l’avversario appena giù dal treno”
In questi ultimi tempi si sente parlare sempre più spesso di forti rivalità ed accesi confronti che, non di rado, sfociano in episodi di violenza e scontri tra opposte tifoserie. Niente viene detto, invece, di quelle tante volte che i tifosi partono insieme, cantano insieme, scambiano ricordi, gioie ed amarezze. Insieme.


Amicizia e rivalità fanno la loro comparsa all’interno del pensiero dei tifosi intorno agli anni ’70, periodo di generale tensione sociale ed influenza politica, in conseguenza del ’68. Tale clima di incertezza arriva anche dentro le curve italiane, con i tifosi che vestono simili ai militari e con i cori delle canzoni che riprendono i motivi delle contestazioni e delle proteste. Le prime amicizie e rivalità nascono sotto la spinta dell’ideale politico.
Gli anni ’80 e ’90 segnano l’esportazione del modello italiano in tutta l’Europa, dai Paesi Latini alle Repubbliche Jugoslave: i tifosi si posizionano nel settore più popolare, la curva. Questi sono anche gli anni dell’inasprimento delle pene contro gli Ultras “facinorosi”, rei di scontrarsi spesso e volentieri contro tifoserie rivali. Comincia l’impegno, l’uso e l’abuso delle forze dell’ordine negli stadi, per “arginare il fenomeno”, ma che invece ha favorito un’altra e più sentita rivalità. Tra tutti i tifosi c’è un rapporto di indifferenza e di grande rispetto perché “si vive lo stesso ideale”. Ogni sostenitore, però, ha una squadra da odiare, spesso della stessa città o regione. Esistono rivalità nate per ragioni sportive ed altre createsi per la condivisione di uno stesso obiettivo, che sia uno scudetto o una retrocessione. Oppure, sulla scia degli anni ’70, la rivalità è prettamente politica: “mentre i giocatori danno calci a quel pallone, sulle gradinate sale alta la tensione; cori, insulti, grida e minacce avvelenate: ci si vede fuori e quando uscite non scappate”.

La condivisione di uno stesso modo di intendere il tifo organizzato, al contrario, porta tifoserie diverse ad unirsi e sostenere insieme, per rispetto di un’amicizia. Anche i gemellaggi nascono negli anni ’70 e la maggior parte di essi ancora esiste, anzi, il legame si è rafforzato col tempo. Amicizie che vanno anche oltre i confini nazionali, un fenomeno più dilagante di ogni stereotipo, tanto che la violenta Italia vanta il più alto numero di gemellaggi. Sostenitori di colori diversi che si uniscono sotto un comune vessillo. E’ il caso di Napoli e Genoa, che hanno festeggiato insieme la promozione in serie A, Bari e Salernitana, Atalanta e Ternana, Fiorentina e Catanzaro, o il primo e storico legame tra Vicenza e Pescara. Uniti, insieme oltre ogni distanza. Si racconta sempre di litigi e risse, scontri e tafferugli, mai di come sempre più spesso i tifosi si incontrano prima e dopo la partita per bere birra ed inneggiare goliardicamente alle due squadre; delle “visite guidate” in lungo ed in largo per l’Italia, ognuno con il proprio modo di essere. Per la serie “I colori ci dividono, la mentalità ci unisce”.

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sabato 14 giugno 2008

Il Calcio Moderno

di Paolo Vaccaro




Plusvalenze, doping, repressione, fideiussioni false, rincaro biglietti, ripescaggi, intercettazioni, passaporti truccati, mega stipendi, borsa…
Buio in sala, luci sul palco: Signore e Signori… Il Calcio Moderno: da passione sincera a mercatino del business.
Il primo striscione di protesta contro la commercializzazione del calcio intitolava “Calcio: per noi passione, per voi televisione”. Da qui l’appellativo “Sky-fo” rivolto alla pay tv, rea di spezzettare troppo i campionati durante i vari giorni della settimana e dirette che penalizzano principalmente i tifosi con orari impossibili e partite spesso infrasettimanali, precedenti a giornate lavorative.


Gli anni ’90 sono quelli del business per il calcio, trattato come “merce da mettere all’asta e come prodotto televisivo da vendere al miglior offerente”. Calendari e partite sono calcolati in base alle esigenze del piccolo schermo ed in pochi anni il campionato maggiore è stato suddiviso in due giornate, quello di Serie B anticipato al sabato e spalmato addirittura in tre giorni, con un anticipo al venerdì ed un posticipo di lunedì per lasciare la domenica alle grandi di Serie A. Non più le esigenze della squadra, dei giocatori e dei tifosi, dunque, ma tutto in funzione dei soldi. Contro tutto e tutti, però, i tifosi non hanno mai disertato, nemmeno una trasferta, che si giocasse di venerdì, di sabato, alla domenica o al lunedì. Dai campionati maggiori a quelli regionali, le curve sono sempre state gremite, spesso inneggianti contro l’intero sistema calcio-televisivo.
Pay-tv e Pay-per-view hanno favorito un aumento esponenziale degli introiti da diritti televisivi, che attualmente sono la prima fonte di guadagno per le società, sempre meno interessate agli abbonamenti e agli incassi al botteghino ed economicamente dipendenti dalle televisioni. La maggior parte di questi nuovi introiti viene inoltre distribuito tra quei pochi club che vantano più tifosi e, naturalmente, il divario tra grandi e provinciali si amplia costantemente. E non potrebbe essere altrimenti, vista la spirale di ricavi e costi che si è creata: più una squadra incassa e più spende, più spende e più guadagna.

In questo fiabesco paesaggio, dove vince sempre il più forte, gli errori degli arbitri si compensano per tutti, il doping ed il calcio scommesse non esistono, i conti sono in pari e tutti seguono le stesse regole, gli stadi sembrano troppo piccoli, inadatti ad accogliere le famiglie e, con l’aiuto eroico delle società sportive, vengono trasformati in centri commerciali. Senza tifosi, però, costretti a spendere sempre di più, come in Inghilterra dove un singolo biglietto arriva a costare addirittura il triplo.

“Non ne possiamo più delle divise blu, No al calcio moderno, No alle pay-tv…”
I tifosi sono stanchi di un calcio che “seguendo ciecamente il miraggio di facili guadagni dati dalle pay tv e dalle quotazioni in borsa, sperpera cifre esorbitanti”, come si legge sui volantini delle numerose proteste delle tifoserie più disparate. Contro questa favoletta che di certo sarebbe terminata col classico “…e vissero tutti felici e corrotti!”.
Si provano le stesse emozioni vedendo la partita in poltrona? Sarebbero le stesse durante un cambio d’abito, o magari sorseggiando un tè dietro un muro di vetro? La risposta sembrerebbe scontata, ma mai dire mai in un mondo dove passione, sentimenti e partecipazione sono scavalcati costantemente dal potere del denaro.

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sabato 7 giugno 2008

Cuor di tifoso

di Paolo Vaccaro



“Andiam di lì… andiam di là… non siam tifosi ma siamo ultrà…e sugli spalti di tutta l’Italia il nostro nome difendiam…”. È questo il coro che racchiude e sintetizza le differenze tra tifosi e ultras, due modi di vivere e vedere il calcio, termini spesso usati per dire la stessa cosa, ma che in realtà niente hanno a che vedere l’uno con l’altro. Essere tifoso: svegliarsi la mattina, immaginarsi la formazione, ritrovarsi nelle piazze o negli autogrill a fare previsioni e marcature. “Oggi vinciamo di sicuro, siamo sempre forti noi, i più forti, sempre”. Gioie e delusioni, tristezze ed euforie, le sensazioni di un sogno ed il sogno come sensazione, le emozioni di un’intera città, la città in un’emozione. Storie di vita e ricordi indelebili che nessun tempo potrà cancellare.

Essere ultras, “sette giorni su sette”: i colori dell’autunno e l’acqua a catinelle; il freddo dell’inverno, la nebbia e la neve; sole e sudori primaverili, prima dell’obbligato riposo estivo. I viaggi e gli autostop, i risparmi settimanali per le trasferte, spingersi ed incazzarsi ai botteghini,o scavalcare quando i soldi non ci sono. Dividersi un panino in cinque; cento battaglie (e bottiglie!) e mille e mille chilometri di fede, a sostegno dei propri colori. I giocatori, gli allenatori ed i presidenti: nomi e volti che spesso cambiano. Le reti subite e quelle segnate, cantare e sgolarsi in entrambi i casi: dare ogni volta tutto pur non giocandosi niente, vincere sempre anche quando sul campo si è perso. Chi non lo è mai stato proprio non lo può capire…
Ultras è una fede e non una moda da seguire! Una passione infinita, non semplice tifo, ma stile di vita! Portare avanti dei valori importanti, come amicizia e lealtà, in un mondo in cui stanno scomparendo. La gente ha solo l’immagine di vandalismo e violenza, ma non è così, non è mai stato così. Il fenomeno ultrà nasce negli anni ’50, quando i tifosi scoprono la passione del vivere lo stadio tutti insieme, riuniti allo stesso posto e sotto uno stesso vessillo. Nascono i Fedelissimi Granata a Torino, la Fossa dei Leoni di Milano scioltasi nel 2005, gli Ultras Tito sampdoriani che ancora oggi impressionano per numero e compattezza.

Gli ultras cominciano a distinguersi dai tifosi tradizionali, per un modo più attivo ed organizzato di sostenere la squadra: una voce unica a coordinare i cori ed i tamburi a dettare il ritmo delle mani, il petto nudo per distinguersi. Già negli anni ’70 ogni gruppo ha un nome ed uno striscione dietro cui posizionarsi e cominciano le prime coreografie con bengala e fumogeni. L’Ultras di questa generazione è influenzato fortemente dal clima di tensione politica e sociale che regna in Italia dopo il ’68: veste stile militare e i cori riprendono le canzoni delle manifestazioni e delle proteste; anche i nomi dei gruppi ispirano guerriglia. Contemporaneamente nascono amicizie e rivalità, ma è proprio questa situazione sociale a far nascere lo stereotipo, ancora vivo ed attuale nell’opinione pubblica, dell’ultras come teppista che va allo stadio per sfogare la sua aggressività. Oggi l’intero movimento ultrà è additato da tutti come portatore di violenza e subisce gli attacchi di politici, giornalisti e forze dell’ordine. I gruppi non dispongono più di sedi ufficiali e diffondono i loro pensieri attraverso fanzine autogestite ed autoprodotte, finanziate dalla libera offerta degli stessi ultras.
Il punto di partenza è: ”È davvero tutto come sembra? È sempre colpa dei tifosi?” Questa rubrica non vuole essere solo un’informazione parziale e di parte, ma la voce dei tifosi: la terza faccia della medaglia, quello che tutti sanno e vedono ma che nessuno dice.

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