Assunto di base

La mente è come un paracadute. Funziona solo se si apre.
(Albert Einstein)
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mercoledì 16 luglio 2008

Non ci sono più le mezze stagioni

di Licia Ambu


Da tempo immemore, allo scattare del gap generazionale, sulle bocche dei più campeggiano frasi come: “Non ci sono più i giovani di una volta!” oppure “Con tutte queste nuove tecnologie non si capisce più niente, sono arabo per me!” o ancora “I giovani sono senza valori”. Affermazioni enunciate con cadenza quotidiana, spesso incalzate da un’eco storica notevole. Per quanto riguarda la mia esperienza personale, ciò si traduce all’incirca in un allarme quotidiano, ad opera, il più delle volte, della sociologia possiamo dire popolare. Eppure questa fobia del nuovo nella pratica non si traduce in una fuga di cervelli, al contrario, ad un’occhiata più approfondita, ci si accorge che il cyber spazio pullula d’indirizzi freschi e, indubbiamente, posta un’accurata considerazione dei contenuti, non tutti abitati da sbarbatelli fritti a puntino dall’ultima Play Station.

Oddio, mi si taccerà di bestemmia per quanto affermato. Sembra quasi che in questa sede si voglia far passare la rete per uno strumento democratico! Sarebbe come dire che in rete, sotto l’egida di “maneggiare con cura”, chiunque ed ovunque, può accedere e creare qualcosa di personale, senza possedere neuroni targati Nasa. Impossibile. Eppur si muove! A questo punto non ci resta che provare! Inseriamo in un qualunque motore di ricerca i termini Creare un blog. Ora dovremmo ritrovarci davanti una sequela di indirizzi che ci promettono, in cambio di un semplice account e dieci minuti di pazienza, un nostro blog , il tutto senza uno straccio di competenza informatica. Ebbene lo spirito creativo che ci abita non ha più inibizioni. Creato il nostro account, siamo cittadini della rete. Siamo in regola. La prossima fase è battezzare la nostra creatura. Non resta che arredare la nostra stanza virtuale secondo lo stile che più assomiglia al colore delle idee e dei significati che vogliamo far veicolare al nostro blog e il gioco è fatto. Semplice no? Ora siamo blogger. Abbiamo colonizzato il nemico e ci apprestiamo ad essere gli amministratori del nostro personale spazio on line. Siamo internauti comprovati. Abbiamo a nostra disposizione uno spazio da gestire come preferiamo. Se ad esempio decidessimo di pubblicare il nostro prossimo pensiero non dovremmo fare altro che cliccare sulla voce Nuovo post e scrivere: Sto pubblicando il mio primo post. Superato lo scoglio del primo gli altri verranno da soli, si spera con qualche contenuto più rilevante.
In effetti, si potrebbe controbattere che proprio la facilità di accesso comporti il rischio che ad essere veicolati siano contenuti talvolta poco apprezzabili, ma questo fa parte del gioco, d’altra parte anche la Bibbia è questione di autorevolezza delle fonti. Quando, però, si tratta di un utilizzo costruttivo e, oserei dire, anche terapeutico ne nascono opere d’arte tra il serio ed il faceto. Come avvenne per le radio libere e di movimento anche i blog diventano manifesti del pensiero politico, portatori di istanze umanitarie, diari di bordo o album fotografici a colpi di ultimi post. Ma citiamo qualche dato: per quanto riguarda il nostro paese, l’epidemia è approdata in Italia negli ultimi anni con cifre interessanti. Si è passati dai 300 blog del 2002 [1] ai 5000 del 2003, per poi crescere vertiginosamente in seguito, fino ad oggi. Tutto sommato non male per un paese di vecchi! (Come cantano sempre più frequenti statistiche). Mio malgrado è proprio questo il punto.
Insomma, esiste in tutto questo un aspetto a dire il vero poco democratico in un tale contesto. A puro discapito dei neuroni new generation ed in particolare di quelli che subiscono le sciorinate esistenziali sui giovani senza valori, il blogger è senza identità.
Magari dietro Pulsatilla si cela proprio la signorina matura che palpeggia tutta la cassetta di mele al mercato alla ricerca di quelle migliori, mentre si lamenta di quel cervello fritto del nipote. Ma questo chi può dirlo? Probabilmente, a meno di coglierla sul fatto, noi non lo sapremo mai. Ma questa è un’altra storia.
In fede
una blogger.

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lunedì 14 luglio 2008

Pena di morte

di Salvatore Tigani



- Al tuo perché hanno dato la pena di morte?
- Quello stronzo mi è entrato in casa, ha violentato mia moglie, le mie figlie, mi ha picchiato, ha sgozzato il mio cane, mi ha tagliato il pene e dopo averlo usato per disegnare una svastica sui muri me lo ha messo in bocca, mi ha pisciato addosso, mi ha cosparso di cherosene e mi ha dato fuoco, poi ha violentato ancora mia moglie e le mie figlie, ha mozzato a mia madre un dito e lo ha usato per scrivere dei versi satanici sul pavimento, ha eiaculato sul letto matrimoniale, ha cagato sul tavolo della cucina e se ne è andato portandosi via tutti i nostri gioielli e risparmi.
- Al tuo perché?
- È rom. Ah, e poi mi ha rubato il portafogli.
- Che bastardo!
- Già.

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mercoledì 9 luglio 2008

Biancaneve non è illibata

di Licia Ambu



La voglio come Biancaneve come i sette nani R. Vecchioni
A cosa pensa Biancaneve? Nessuno lo sa. D. Barthelme
Lo sai perché si chiama il sogno americano? Perchè si avvera solo quando dormi. Il guru


Kim Herzinger, nella prefazione a The teachings of Don B, dice a proposito della scrittura di Barthelme: “È incategorizzabile. È così incategorizzabile, in effetti, che la sua incategorizzabilità è praticamente la prima cosa che uno nota”.
In effetti c’è un che di surrealista in Barthelme. Ci si ritrova di fronte una Biancaneve anticonformista, rivisitazione postmoderna dell’eroina dei Grimm, che al confronto splende di un candore talvolta noioso. Da quell’esempio d’impeccabile purezza che ci hanno inculcato madri esauste nel pre-nanna, ritroviamo una fanciulla piena di premure verso sé stessa, che rimira lo specchio solo per contemplarsi il seno (che sia già certezza assodata la questione del reame?) e condivide lo stesso tetto con sette omini arrapati dai nomi pronunciabili, vivaddio. I personaggi sono sagome al limite del possibile, caricature logorroiche che parlano un linguaggio ricercato, aprendo scenari da teatro dell’assurdo ad ogni battuta, con quel sostrato di cinismo e parodia resi da una magistrale immediatezza di linguaggio e un’anarchia insolita della trama.


E allora, non si capisce (davvero?) come sia possibile un esilio tale, Barthelme nascosto e introvabile, seppur ammirato e venerato da Wallace e lo stesso Carver. Allo stesso tempo, va detto, spietatamente ignorato dal grande Truman Capote: “…non riesco proprio a sopportare Donald Barthelme, e non ho mai letto nessuno che scriva, anche vagamente, come lui”, il che lo accredita ulteriormente, se solo si considera l’abituale vena critica di Capote.
E sì, smentiamolo questo luogo comune, perché in fondo noi lo sospettavamo da tanto, ed ora finalmente ne abbiamo la certezza, anche Biancaneve va dall’analista e mentre attende il principe azzurro (un fesso, naturalmente), non se ne rimane a casa inerme, ma fa pratica sessuale con i coinquilini, rigorosamente nella doccia, o con l’analista stesso. Indipendente, baciata da un quasi totale disinteresse per il giudizio altrui, spaesata e impulsiva. È una donna enigmatica quanto basta e si dedica alla scrittura, specialità: poesie erotiche. Biancaneve non rammenda nell’attesa, ma sperimenta, si lancia in voli pindarici inconsci, sogna. La vediamo quasi eroina burlesque, esteticamente nevrotica, tinte forti nero corvino su bianco latte, farsi strada ondeggiando nella metropoli odierna con i suoi cattivi, le sue ombre, i suoi prodotti estremi. I nani sono sempre sette, lavoratori precari, dediti ad attività talvolta illecite ed alla produzione di omogeneizzati cinesi. La critica intelligente, dispensata in ogni parola, una melodia, voce di qualcosa che smentisce la realtà in cui vogliono farci credere. Casa e chiesa è fuori moda. Che è poi, pura contestazione di quel sogno americano tanto declamato, self-made man (e woman?), che ovunque può arrivare se solo possiede volontà a sufficienza. Ma questo c’era una volta… perché Biancaneve non per forza mangia la mela, a volte preferisce vodka Martini con ghiaccio e adesso, finalmente, può scolarselo.

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mercoledì 2 luglio 2008

Apa trece, pietrele rămân (proverbio rumeno: l’acqua scorre, la pietra rimane)

di Salvatore Tigani




Dice, i rom vanno rimandati a casa. Occhio per occhio, sì, ma per ogni mio occhio due dei loro. Dice, vengono a fare casino qua, vadano a farlo a casa propria. Zozzoni, meschini, delinquenti. Dice: rubano, fanno l’elemosina, consumano più di un Suv e sporcano peggio che un cane. Vengono via mare, e ci restano. Ecco, dice, pure per loro, dice, non è meglio se restano a casa? Hanno l’ottanta per cento in più di possibilità di non morire in mare, se il mare proprio non lo prendono.


E poi si ricorda le badanti e fa: no, eh, io il culo a mio nonno non lo pulisco. No, non lo voglio proprio imboccare tre volte al giorno. La badante di mio padre, dice, quella sì che conferma la regola. Cazzo, ci sono rom e rom, come dire, figli della gallina bianca e figli di quella nera. No, forse no, che se fosse un problema di colore, diremmo, ehi, tutti i neri qui, gli altri a casa (viceversa no, altrimenti ci prendono per razzisti). È difficile capire, se un clandestino è in Italia da tanto, da poco, da ieri, da oggi o da domani. Beh, risponde, glielo chiediamo: da quando sei qua? E il clandestino, che oltre ad essere clandestino è anche scemo, risponderà la verità.

E poi gli ricordano che anche gli italiani una volta partivano in cinquemila su una bagnarola che ne poteva portare cento, di esseri viventi mica di esseri umani, ed il viaggio allora era oltreoceano, poco poco più lungo. Gli italiani, pure noi siamo morti da clandestini, pure noi ci hanno rispediti a casa, e allora, che cavolo, ora ci vendichiamo. Dice.
Rom, li fanno pure giocare a pallone, che tristezza, hanno la cittadinanza, almeno quelli, sì, rumena, che, ogni tanto qualcuno gli ricorda, che rom e rumeno non sono proprio sinonimi. Ma chissenefrega, dice, tanto puzzano uguale,e stuprano, rubano, chiedono l’elemosina! Se non ci fossero mai stati, i rom, dice, che Italia sarebbe! Sarebbe un’Italia, pensa, in cui avrebbe dovuto inventarsi un’altra cazzata per farsi votare. Ne muoiono troppi ogni giorno in mare, mentre inseguono il “sogno italiano”, portati a fondo dalle correnti, ripescati a volte dalle guardie costiere; seppelliti quasi mai coi propri cari, sempre con le proprie speranze. Nessuna lapide, per loro, solo acqua.

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giovedì 26 giugno 2008

Benedetto, Silvio

di Salvatore Tigani




Berlusconi vuole la comunione. E non la vuole così, sottobanco, in maniera, diciamo, clandestina. Come quando ti danno il resto sbagliato, una decina di euro in più, e tu dici, vabbe’, chissenefrega. Berlusconi la vuole regolare; insomma, col permesso del papa. La vuole firmata e controfirmata, col bollino iso9001, certificata. Fa la lotta alla contraffazione lui, pure. E quando il prelato gliela porge non dice solo, no, non la posso accettare, grazie uguale, Silvio rilancia: perché non darla a me e a tutti i divorziati? Siamo nel 2000, cribbio, aboliamo qualche vecchia legge, che dici, Benedetto?


E noi di colpo ci ricordiamo, o forse per la prima volta apprendiamo, che il premier ha una ex moglie. Su suggerimento di un editorialista recuperiamo la vecchia biografia, quella spedita a casa degli italiani uno per uno, salvo comunisti tesserati qualche tempo fa, e ivi leggiamo dell’amore evoluto poi in sincera (o grande o preziosa o chi si ricorda) amicizia. Gran comunicatore, il presidente. Il papa, dal canto suo, avrebbe potuto rispondere sì, come no, di leggi ad personam ne hai fatte tante tu ora te ne faccio una anche io. Ma qui, più che il solito scandalo à la Berlusconi, si rischiava un altro scisma e di questi tempi non ce lo si può permettere, ché i sondaggi lo danno, il papa, a livelli di popolarità inferiori a quelli di Veltroni. Quindi, per ora, niente da fare: Silvio berrà il vino e spezzerà il pane alla propria tavola, coi monsignori anche, gli stessi che non potranno mai ricambiare l’invito. Se Berlusconi chiede, però, Benedetto – o sì o no – risponde. Ed ecco il bel discorso sul divorzio, il matrimonio, l’abbraccio accogliente della chiesa ai divorziati, eccetera. Riassumibile, volendo, in un sms: “Silvio, lo sai ke tvb, ma x qst storia della comunione nn c pox fare nt. XD, J.R.”.

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martedì 24 giugno 2008

Le parole nella rete

di Licia Ambu

Ebbene sì. Anche le parole, volatili, sillabiche, mutate, sono cadute nella rete di link. Concatenazioni improbabili o di successo, si avvicendano nei post di blog, di siti e quant’altro. Ma c’è di più. Oltre il diario, oltre la cronaca, oltre la notizia, c’è la parola con il suo valore. Lo scrivere diventa gioco, semantica ludica abbracciata da iniziative che vogliono legare la letteratura fatta di carta a quella fatta di bit. Così pare. Nasce sotto l’egida di Queneau, ad esempio, imperativo emulare Esercizi di stile, il blog firmato da Antonio Zoppetti, zop blog. L’autore ha lanciato una sfida che numerosi hanno raccolto, declinando in molteplici stili diversi uno stesso contenuto, in realtà una variazione sul tema passeggero della rete, dando vita anche ad un volume Blog. PerQueneau?, edito da Sossella.

Dal 2002 ad oggi, i giochi, gli esercizi, le sfide si sono rincorse a colpi di creatività, come il racconto labirintico ispirato a Calvino o i racconti rousselliani, di derivazione combinatoria. Lo stesso schema del prodotto a più collaborazioni è una ricetta gettonata da altri blog, come il neonato Lasciamo una traccia, dove gli interessati si affacciano su un incipit e possono contribuire all’opera. Un po’ come quel gioco che si faceva da piccoli a scuola, quando si scriveva sulla prima riga di un foglio una frase, per poi coprirla e scambiarla con la persona accanto. Via via rispondendo a domande diverse si completava la storia, come dire, pluri-autoriale, per poi leggere il risultato. È certo che l’avvento della rete ha partorito diverse modalità interpretative e creative, possibilità di declinazioni semantiche originali e divertenti. Va sottolineato il fattore collaborativo, là dove un blog intrigante costituisce un passatempo sfizioso, talvolta rendendo fama all’autore/autrice in questione oppure perché abitare un link, un nodo della rete, rende di fatto quell’indirizzo uno spazio aperto e di incontro tra avatar. Con annessi vantaggi di una collocazione spazio temporale determinabile individualmente. 

Un esercito di grafomani incalliti sembra aver invaso costruttivamente lo spazio di navigazione, cambiando anche quello che è il rapporto autore-lettore, in una sorta di partecipazione più viva oltre al vantaggio indubbio di un livello di alfabetizzazione richiesto che si attesta su livelli minimi: un blog non è opera da ingegnere, ma solo forma di espressione personale che usato in maniera costruttiva può risultare anche terapeutico. Citati in proposito: Cribbiosilvio, il blog di satira cooperativa dedicato agli sfoghi di Silvio oppure il blog-diario di Ilenia, Lo scopriremo solo vivendo, che con i racconti impeccabili sulle vicende della coinquilina Mery Terry, ha fatto il giro dell’iperspazio, guadagnandosi un posto di riguardo. Insomma come ogni cosa, nemmeno le parole in rete sono un innesco negativo o positivo, ma solo potenziale, l’importante è come viene usato. Verba volant, scripta manent.

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sabato 21 giugno 2008

Come vendere qualche centinaio di copie in più

di Salvatore Tigani




Dice che le ha piccole. In compenso però ha grandi mammelle. L’aspetto che dovrebbe terrificare il lettore/elettore/spettatore è la grottesca proporzionalità inversa tra le due parti anatomiche. Se la vostra ragazza non ha seno, vi consiglio, un controllo fatelo. Per scrupolo.


Le ha piccole, molto più piccole del normale, dice. Ma più piccole rispetto a cosa? Va a giocare a calcetto con il calibro? Nelle docce convince i suoi compagni di gioco a mettere i propri gioielli di famiglia sul tavolo e, cavolo, banco piglia tutto? O forse, semplicemente (ed ovviamente), le ha più piccole “rispetto alle mammelle” ed al resto del corpo?

Tuttavia voglio rincuorarlo, dicendogli, davvero, di non preoccuparsi, che se come racconta, da qualche tempo a questa parte, ha almeno tre figli non riconosciuti in giro per l’Italia, allora ha ragione quel vecchio detto che proclama irrilevanti le dimensioni.
Ad ogni modo, una pregunta: se dovesse un giorno scoprire di avere altre sproporzioni, per piacere, tenga la notizia per sé.
Ps: Ecco perché lo chiamano Elefantino.

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domenica 15 giugno 2008

Porc(ell)i con le ali

di Salvatore Tigani




Quando il porcellum mette le ali. Mitico. Calderoli ritratta per l’ennesima volta: prima sì, poi no, adesso di nuovo sì, certo che sì, se non fosse per quei due, tre punti da sistemare…Perle, dunque, e l’Italia si rialza, imbracciando il telefonino più che i fucili, e va al voto, acclama il nuovo difensore della classe operaia Umberto Marx, successore di Pietro, anzi no, di Carlo, ché Pietro tanto canaglia non l’aveva dovuta ritenere Roma, visto che ci ha costruito La Casa. E Silvio ha già l’ansia, ma, che ci vuoi fare, è uno sporco lavoro però qualcuno deve pure governarla quest’Italia disillusa, senza più fascio o martello, ma solo con la testa sull’incudine e i piedi tre metri sopra il cielo.Via la spazzatura, quindi, finalmente: scende in campo letteralmente, stavolta, l’unto del signore, forse oggi meno unto di una volta, con meno miracoli da promettere o forse solo uno, almeno nella forma, (ri)alzati e cammina Lazzarona d’una Italia che ti meriti il governo che hai!


Epperò, chi ce lo dice che stavolta il botto non lo fa davvero, il Cavaliere azzurro (ma soprattutto rossonero): carichi pendenti non ne ha più (non li ha mica sprecati i cinque anni del suo secondo governo!) ed ora potrebbe - sottolineasi potrebbe – farsi un po’ gli affari nostri, invece che i suoi.Nessun pregiudizio (sia mai che ci si etichetti Comunisti!) verso il new deal nostrano, anzi un gran pacco di speranza: quanta ne abbiamo noi italiani! Vagoni di speranza pronti a viaggiare a tutta birra sulla nuova TAV, o per il ponte sullo stretto, e chi di speranza vive…
Che bella l’Italia, però, sognatrice e disillusa, incantevole e sudicia (ancora per poco, però, si diceva: parola di Silvio), invidiata ed invidiosa. L’Italia dei Santi, degli Eroi e di Silvio Berlusconi. L’Italia del Bertinotti che manda i figli a scuola dagli Yankee e segue lo spoglio dall’ Hard Rock Café (gli avesse portato un po’ di sfiga, l’America?). L’Italia degli ecologisti: Pecoraro Scanio, primo Verde in Europa a guidare un dicastero, primo Verde in Europa a tornare da dov’era venuto. L’Italia dei socialisti: con cui nessuno socializza più. E l’Italia di quell’altro, come si chiama, quello che “mangia tanto – dicono – e tromba poco”. Ah, Ferrara. Quant’è bella l’Italia, che almeno certi fenomeni sono davvero passeggeri.
Certi, almeno. E più o meno.

Veltroni, comunque, una cosa buona l’ha fatta. In questo momento però non ci viene in mente.

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mercoledì 11 giugno 2008

Tra fanti e santi

di Licia Ambu

Siamo alle solite. Il riciclaggio di parole, dote italiana quanto mai immortale, degli ultimi tempi ci inquina i neuroni senza possibilità di mediazione. Non facciamo altro che sentirci raccontare di rifiuti. Da ogni parte il rifiuto è diventato un’arte, una battaglia, premio per candidati alla tuttologia. Il vecchio istinto pregiudiziale e innato dell’uomo, quale metodo di catalogazione e percezione della realtà, ci etichetta agli occhi del mondo, noi compresi, come paese spazzatura. Dopo la mafia, la moda, la Ferrari, la pasta e le grandi firme artistiche, siamo da buttare. E se invece ci riciclassimo?

Napoli pare essere l’emblema, ma è solo la testa del mostro. La fame di riciclo non risparmia nessuno, pare che i rifiuti siano sulle bocche di tutti, in Campania c’è chi ha l’onore di ritrovarsene montagne dietro le grate delle finestre, ma tuttavia l’eccezione non manca. Il silenzio, oltre a una certa omertà, è calato sull’asso nella manica. L’Italia dei cervelli emigranti ha sfornato un sistema in grado, pare, di recuperare i rifiuti e renderli riutilizzabili in veste di materiali e combustibili. L’Italia dei Santi ha un dio a cui votarsi anche a questo giro, si chiama Thor (Total House-waste recycling) ed è il protettore della meccano raffinazione, partorito dalla ricerca italiana pubblica e privata (Cnr e Assing spa Roma). Il concetto è semplice: il meccanismo separa le sostanze nocive da quelle utili, riducendo suddetti problematici, innumerevoli, indisponenti rifiuti a dimensioni microscopiche.

E fu così che dalla buccia di banana nacque il carbone. Il designer in questione è Paolo Plescia, ricercatore dell’Ismn-Cnr (Istituto di Studi su materiali nanostrutturati del consiglio nazionale delle ricerche) e nelle sue parole la matematica e la scienza denudano le favole: “Un combustibile utilizzabile con qualunque tipo di sistema termico, compresi i motori funzionanti a biodiesel, le caldaie a vapore, i sistemi di riscaldamento centralizzati e gli impianti di termovalorizzazione delle biomasse”. Allora? Profeta in terra straniera? Sì. Thor, l’impianto autonomo, infatti, è sbarcato negli Stati Uniti, dove evidentemente i rifiuti sono più lungimiranti e volentieri si fanno riciclare, rielaborare, riutilizzare e plasmare per una buona causa. Ma restiamo tra le mura di casa. I rifiuti siculi non sono da meno, adottano il dio da qualche mese per uno smaltimento che raggiunge le otto tonnellate l’ora, senza necessità di parcheggiare le sostanze in attesa di smaltimento. Meccanico e perciò stesso utilizzabile quando serve, ovvero niente stoccaggio e niente cattivi odori, meglio di un detersivo. Nomade, si sposta dove serve e occupa uno spazio di 300 mq, per un costo medio pari a 2 milioni di euro e uno smaltimento di 4 tonnellate l’ora, in altri termini 43 euro per tonnellata circa. Si può imbarcare o montare su camion.

Confrontiamo nelle parole del demiurgo: “Un impianto di meccano-raffinazione di taglia medio-piccola da 20 mila tonnellate di rifiuti l’anno presenta costi di circa 40 euro per tonnellata di materiale. Per un’identica quantità, una discarica ne richiederebbe almeno 100 e un inceneritore 250 euro”. Inoltre Thor non ha in bilancio le spese di per lo smaltimento di scorie (vedi inceneritore) o per la gestione degli odori (vedi discariche). Usando un pratico sillogismo: paese medio di 5000 abitanti=50 tonnellate di rifiuti solidi, il tutto plasmato da Thor significa 30 tonnellate di combustibile, 3 di vetro, 2 metalli ferrosi e non e 1 di inerti, il resto, udiamo udiamo è acqua espulsa tramite vapore. Ma in un paese poco alfabetizzato alla raccolta differenziata come il nostro, appare comunque un oltraggio al principio.
Gioca con i fanti, ma lascia stare i santi…

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mercoledì 28 maggio 2008

Una questione di opinioni

di Salvatore Tigani
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Tutti hanno un’opinione. I giornalisti, i conduttori televisivi, i baristi, le puttane. Persino i bonobi hanno la propria opinione sul fatto che per stemperare la tensione sociale debbono offrire il culo al maschio alfa. I partiti, i giornali, le tv, le ministre, le organizzazioni internazionali: hanno tutti un’opinione. C’è l’hanno anche le webzine, un’opinione, pure quelle che le scrivono in trenta, le leggono in venti (come la Terza Faccia). Ed ogni opinione ha dei costi e dei profitti. Il Foglio di Ferrara ha un’opinione sull’aborto, e vende qualche centinaio di copie in più. Pecoraro Scanio ha un’opinione sull’ambiente, ma ancora non s’è capito qual è. Gomorra ha molte opinioni, ma le impone, e quindi ottenendo risultati matematici forse smettono di essere opinioni e diventano qualcos’altro.

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Sull’immigrazione l’opinione è una, nessuna, centomila. Sui termovalorizzatori (ovvero gli inceneritori sottoposti ad un lifting verbale) le opinioni sono appena due: sì/no. Ma nessuno studio è stato avviato a sostegno del sì o del no. Nessuno studio istituzionale né privato, intendiamo, ché quei due-tre medici che parlano di nanopatologie, tranne Grillo, non se li caga nessuno. Sulle centrali elettriche, stessa storia: servono, non servono? Ma in quanti sappiamo quanto lavoro c’è dietro alla realizzazione di una centrale nucleare: dalla ricerca (ferma in Italia da vent’anni) fino alla scelta del luogo (concordata negli altri Stati dal governo con i cittadini) dove costruire la cattedrale dell’energia pulita (ma le scorie non puzzeranno di merda ma in compenso rimangono pericolose per miliardi di anni). E in quanti sanno che cinque anni sono pochi persino per tirare su un vecchio modello di centrale (di terza generazione dicono), che inquina di più, produce di meno ed è un po’ come decidere di portare l’Italia sulla Luna, costruendo una navicella della missione Apollo perché costano di meno e sono più facili da progettare. Non abbiamo ancora capito come smaltire la monnezza napoletana e già ci viene un’ulcera pensando alle tonnellate di scorie prodotte in un solo anno di attività nucleare che, non ditelo a nessuno, con quattro centrali non supererebbe la soglia del 10% del fabbisogno energetico nazionale. Ah: e costerebbe una cifra.
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E tutti hanno un’opinione sulla politica, una ciascuno. Ma qui, se prima ci veniva incontro la frammentazione con i suoi cento e rotti partiti, adesso al massimo possiamo sperare nelle correnti, come all’epoca della DC ma con molto meno carisma: dalemiani e veltroniani, oddio, non vi fanno rimpiangere degasperiani e andreottiani? E con un Berlusconi decisionista, populista, militarista ed ex-umorista a Palazzo Chigi l’unico pensiero che ci fa addormentare ancora la sera, seppure a fatica, è quello per cui almeno si è ritornato a parlare di identità: “Che cos’è la destra? Cos’è la sinistra?”, canticchiando Gaber.
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Spendiamo miliardi e ancora ne spenderemo, sempre di più, per centrali vecchie e inceneritori cancerogeni, e se questa è un’opinione, lo Stato ha il dovere (e il diritto) di convincerci che è un’ opinione errata, con degli studi accurati, delle commissioni internazionali, dei confronti scientifici. Opporsi per principio è sbagliato, imporcelo dall’alto pure.
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Appello, dunque: meno documentari sulla vacanza carceraria della Franzoni e più informazione scientifica. Termovalorizzatori: perché sì? Centrali nucleari: di che tipo? Mafie… Mafie, forse, è chiedere troppo.
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Quello di cui vorremmo leggere

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Oltre che dell’energia nucleare e dei termovalorizzatori, del fatto che i reati commessi dai rom sono diminuiti rispetto all’anno scorso, eppure quest’anno abbiamo più paura, del concetto di paura percepita e di pericolo reale, del sistema giudiziario e della prescrizione, della certezza della pena e del problema del sovraffollamento delle carceri.
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Vorremmo leggere delle soluzioni, dell’impegno a trovare delle soluzioni, degli studi sull’inquinamento e l’effetto serra e lo scioglimento dei ghiacciai e l’inversione dei poli magnetici e del vento solare. Vorremmo leggere della fame del mondo, del fatto che con i dollari spesi per un mese di guerra in Iraq vi si potrebbe porre rimedio, della gente che muore, della gente che nasce e poi subito muore, della gente che nasce malata con l’HIV in corpo… E vorremmo leggere dell’ipotesi che HIV e AIDS non siano connessi, ché non sene legge mai, che non si sa mai. Leggere del fatto che adottare un bambino a distanza sì, perdere il sonno per le migliaia di morti in Birmania no. Della base egoistica dell’altruismo: ché chi va in missione torna e dice: “quei bambini hanno dato tanto a noi, più che noi a loro”, come se l’uomo avesse bisogno di miserabili da aiutare per sentirsi meglio, per soddisfare un bisogno, per placare un senso di colpa come un peccato originale e per ricevere e forse dare e solo un mezzo.
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Vorremmo leggere dell’energia alternativa, di chi dice sì al termovalorizzatore, ma dice no alle centrali eoliche perché sono antiestetiche. Di quella cittadina del nord che, autosufficiente, produce e vende energia pulita e prodotti naturali e non inquina ma, anzi, asseconda la natura per trarne dei benefici, e di quel suo sindaco, di quei suoi cittadini, che tanto hanno investito e tanto hanno ricavato, in salute e in danaro.
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Vorremmo leggere delle altre religioni, scientificamente, senza pregiudizi o giudizi di merito, ché non c’è stata solo Oriana Fallaci, l’Italiana che viveva in America ed insultava l’“inferiorità della cultura orientale”, con “rabbia ed orgoglio”.
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Vorremmo leggere che la biodiversità è sempre meno varia, che ci sono percentuali davvero eccessive di specie viventi lì per estinguersi e che qualcuno pensa che l’uomo non potrà sopravviverci. Che il Ponte sullo Stretto contribuirà a questa deriva, con la sua ombra spropositata e quei pesci che l’ameranno e vi troveranno dimora a scapito di molti altri. Del fatto che la Sicilia si allontana di qualche centimetro l’anno dalla Calabria e i ponti non sono elastici. E che il vento sullo Stretto è talmente forte che per 4-5 mesi l’anno dovremo prendere comunque il traghetto. Che la proprietà di progetti e gestione del ponte non è italiana, che se lo fosse stata avremmo potuto esportare la tecnologia altrove e guadagnarci qualcosa. Che dovranno essere riesumate migliaia di tombe, spostati un bel po’ di cimiteri e centri abitati. E che molti, davvero molti non lo vogliono questo ponte qua.
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Vorremmo leggere di storie buone, soluzioni alternative, impegno sociale disinteressato, di sguardi al futuro. Vorremmo leggere che la Terra è dei nostri figli, anche se è governata dai nostri nonni. Vorremmo leggere che c’è qualcuno che pensa a un futuro che inizia domani ma non finisce più.
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Quello di cui NON vorremmo leggere

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Di Berlusconi che dice che lo Stato c’è, ma per ora si vede e basta. Di Veltroni che fa il partito unico per spaccare un governo e poi l’unione che fa la forza la mette in atto con la maggioranza. Di gente che viene censurata perché dice quello che pochi sanno corrispondere a verità, che altri hanno scritto e nessuno ha mai smentito, che se la pubblichi e vendi un sacco di copie bene, se la sussurri in tv che cazzo fai.
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Non vorremmo leggere di forze dell’ordine che si scontrano contro forze del disordine per un comune senso dell’incertezza. Di discariche che risolverebbero i problemi di oggi ma non quelli di domani. Di bombe molotov e colla e vernice, di ragazzini corrieri della camorra, di un diluvio di fuoco non più biblico ma semplicemente militare: del pugno di ferro, della violenza, dell’esercito in strada. Non vorremmo leggere le interviste ai killer, ai pedofili, agli assassini pervertiti con la barba fatta solo a metà, di professori oggi pedofili, domani no, dopodomani di nuovo sì. Di bullismo, di estremismo, antisionismo.
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Non vorremmo leggere della Franzoni e dei suoi vicini di casa. Non vorremmo leggere di incidenti stradali e confessioni e morti ammazzati in fabbrica che ce ne sono sempre stati ma solo ora vanno in tv e fin quando non se li scocciano e se li dimenticano di nuovo. Di ricerche medico-scientifiche costate miliardi, e i risultati? Di raccolte fondi a favore di questo o di quello, ed ancora nessuna cura contro il cancro o la sclerosi multipla. Non vorremmo leggere che la ricerca la fanno solo due o tre centri ricchissimi e che lo Stato ti sovvenziona solo se ti chiami Veronesi e i contributi mai per merito.
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Non vorremmo leggere di veline e matrimoni e divorzi e padre e figlia che si sposano e foto di pedofili sbattuti in prima pagina e foto di assassini, stupratori, spacciatori, presunti o condannati, che non ce ne frega un cazzo, ma un po’ di gogna non la si nega a nessuno.
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Non vorremmo leggere del Ponte sullo Stretto ma, se proprio dobbiamo, almeno spiegateci perché, come, quando, dove e chi.

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