Serata alla Comedie Francaise, in place Colette, dove si passa dal tentato piacere d'esser spettatore in un luogo esclusivo all'indagine sociologica d'un ambiente nel quale si conserva uno stato di privilegio bianco e alto borghese, custode di una Francia che non c'è più per le strade, nelle quali è piuttosto la mescolanza di colori e di etichette a predominare

Presepe vivente e documento imperituro d'un teatro imbalsamato ed ancorato a modi e messe in scena assai poco evolutisi negli ultimi cento anni, il prestigioso teatro ospita fino a metà Aprile un nuovo (?) adattamento della Pentesilea di Heinrich Von Kleist, opera nella quale l'autore tedesco, per sua stessa ammissione, ha inserito “tutta la sozzura e tutto lo splendore della mia anima”. In principio infatti l'interesse per questa storia nasceva dal detournement operato dallo spirito disperatamente e radicalmente romantico di Kleist, che ha spostato l'asse degli eventi dal mito omerico della regina delle Amazzoni, giunta a Troia in soccorso ai Troiani e uccisa, dopo numerose vittorie contro i Greci invasori, da Achille, ad una differente figura di eroina e paladina della passione più sublime, anima pulsionale che tralascia e sovverte ogni strategia di guerra, innamorandosi e facendo innamorare lo stesso Achille, rendendo questi innocuo e riducendone in mille pezzi il corpo per violento, eccessivo atto d'amore.
Testo depredato creativamente, in Italia, da Carmelo Bene per il suo Invulnerabilità d'Achille, e attraversato con radicale spirito sperimentatore da Carlo Quartucci e Carla Tatò nel 1984 a Berlino, la Pentesilea di Heinrich Von Kleist, atto unico scritto nel 1807 ma visto su un palcoscenico per la prima volta soltanto nel 1876, soffre in questo adattamento parigino di un registro troppo tradizionale di messa in scena, incurabilmente ancorato ad un neoclassicismo stantio, con attori che sembrano materializzare in carne ed ossa quella perfezione impossibile e priva di ogni slancio che si può osservare nelle figure alla Jean Louis David, immobili nella loro evidente e voluta posa statuaria, emblemi d'un mondo fermo nella conservazione d'un autodistruttivo rigore morale e canone di comportamento. Solo la figura eversiva della Pentesilea nera, pantera agile e nervosa, in questo adattamento più volte con atteggiamenti cari alla vulgata musicale “r&b” - l'unica a muoversi tra i marmi umani della tradizione - cerca di opporsi. Eroina tragica della passione che vuole lottare e vincere contro ogni ragion di stato, ama Achille, colui il quale dovrebbe uccidere per volere degli alleati troiani. Alla legge che procede su linea retta o rimane invero rigida nel suo porre ostacoli e piantare sempre nuovi paletti, Pentesilea è colei che gira a lato, (s)fugge alle consegne, va per la sua tortuosa e fatale strada di chi vive senza previsioni e prevenzioni. Ecco le due correnti che si scontrano, la staticità della legge che affronta il dinamismo! Assolutismo della ragione contro fermento della passione.
Come si è potuto notare anche in questa versione diretta da Jean Liermier, la Pentesilea è una tragedia che poggia tutta la sua forza e la sua potenziale noia sulla parola che si fa attore, la narrazione che prevale sull'azione, il discorso che diventa protagonista ben più dell'atto. Ancora più dell'eroina allora, è l'opera stessa ad essere il punto rivoluzionario di turno, ribelle creazione sdegnosa di piacere nella sua “distanza” dagli eventi, mai visti sul palco e solamente narrati o ri-visti. Nel campo della scena è tutto un re-agire, discutere, riflettere, raccontare l'accaduto, al massimo un progettare, mentre è il fuoricampo a custodire e celare l'azione, a lasciarsi nel buio del parziale non sapere.È questo un rimando alla nostra quotidianità affaticata dell'arrivare sempre in parziale ritardo sull'azione presente? Quel malinconico prender consapevolezza solamente quando il treno giusto è già passato? Se i dialoghi in lingua francese ancora sfuggono parzialmente alla comprensione totale, l'altra faccia della medaglia è il poter con tranquillità poggiare lo sguardo su tutto il resto, i percorsi coreografici degli attori, le scenografie di richiamo espressionista, l'uso delle luci – piuttosto basse, con nebbia ed umidità connotanti un luogo che s'avvicina all'antro infernale - , ed ancora la gestualità, l'espressione dei volti, in scena ed in platea.Ed infine, la nota umoristica. Se al momento più generosamente patetico della tragedia, quando un affranto Achille si inginocchia ai piedi della regina delle Amazzoni e pronuncia parole di estrema lode - un “ Tu es incroyable, femme etonnant!”, in traduzione francese - un gran colpo di tosse s'avverte dietro le mie spalle, e poi un altro ed un altro ancora, ecco che le residue speranze di trovare in questa recita un trasporto tale da tuffarsi nella storia risultano vane. Si è distratti e distolti, si scuote il capo e si torna a galleggiare nella più o meno critica osservazione della composizione scenica degli attori, della scenografia che cita con un po' di ritardo sui tempi le creazioni futuriste ed espressioniste, si torna a dubitare sull'utilità ed il piacere d'una messa in scena che, tale e quale, avrei potuto vedere nello stesso sacro luogo cento anni addietro. E quella freccia che una della Amazzoni stava per scoccare in direzione del buio, che nello spazio del teatro coincide con le poltrone di platea, forse doveva proprio esser scoccata per svegliare quei fruitori tanto pronti ad applaudire, tanto lieti d'esser in quella prestigiosa postazione.

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