
Punto d'approdo, punto di partenza e di ripartenza. La mia prima visione di Parigi coincide con l'arrivo d'un corpo ebbro per lo straniamento, affaticato per quelle pesanti valigie che non vogliono lasciarmi andar da solo, fino all'ostello scelto a sorte dall'Italia, reputato ospitale semplicemente dal nome indicatomi sul web e prenotato con sollievo e conforto visto il risicato dispendio di denaro che l'impresa esigeva.

Arrivo allora a Barbèr Rochechouart, linea 4 del groviglio metropolitano che la città offre ai pedoni. Parigi possiede infatti un labirinto sotterraneo di lunga tradizione. Già nel 1900, in occasione della grande esposizione universale che si tenne intorno ai viali della appena completata Tour Eiffel, turisti e cittadini francesi potevano usufruire di efficienti vie di trasporto su rotaie. Oggi le linee di cui ci si può servire sono ben 14, facilitando non poco gli spostamenti da un arrondissement (i nostri quartieri) all'altro, e consacrando a luogo di fermenti e di scambi vitali, seppure rapidi ed effimeri, questa parte della città che non conosce mai il sole. Tra chioschi e boutique, colorati tappezzamenti pubblicitari, banchine d'attesa e segnali di luce e di colore cangiante, vincono la gara dei sensi gli odori, a loro volta mutevoli da fermata a fermata, con una costante che si chiama boulangerie, ovvero diffuso sentore di burro in cima alle scale.

L'impatto con il quartiere dell'ostello è dei meno accoglienti possibili, se nelle strade neri serpenti con capellino sportivo, jeans corrosi e sguardo furbo ed attento, ti sussurrano ” marlboro marlboro” nelle orecchie; se i piccoli trafficanti locali aprono lo scrigno delle loro mani per offrirti dell'argento, dell'oro, o dell'altro ancora, se il traffico di uomini e semafori confonde la via. Vago al tramonto verso Gare du Nord, scivolando su Boulevard de la Chapelle senza sapere cosa cercare. L'asfalto bagnato, le mani di ghiaccio, la mente stordita...non arrivano consigli né parole d'incanto. Mi consiglio d'attendere il riposo, mentre mi imbatto nel gran portone d'accesso al Theatre Des Bouffes DU Nord, diretto da Peter Brook, una delle figure più importanti del storia teatrale contemporanea. E cerco da mangiare, tra le insegne ammiccanti di Rue Mrx Dormoy. Scelgo un ristorante cinese. Ordino a gesti quel che mi attira, poi mi accomodo in solitudine. Di fronte a me ammiro una signora in pantofole e vestaglia, occhi pesanti e acconciatura sfatta, pancia già piena, sovrabbondante. Mangia sola e disperata, azzannando il pollo farcito che tiene tra le mani. E poi solo una coppietta rilassata. Io leggo un primo opuscolo di informazioni sulla nuova città, raccattato all'incrocio di due vie, mentre arrivavano i ravioli ed il riso, e mi distraggo con la Coppa d'Africa sullo schermo in angolo, in alto a destra, unica fonte luminosa in un locale dalle tonalità soffuse. La fanciulla alla cassa compie gesti essenziali dietro il bancone, con pacatezza orientale, parlottando con il proprietario nel loro esoterico idioma. Poi mi chiede: un cafè maintenant?
Ed io mi dico: ecco la mia prima cena a Parigi!
1 commento:
La mia prima visione di Parigi ...
la mia è stata... "ohhh..." bella, nei colori "spenti", nelle luci "soffuse", nei "gay" per strada, negli italiani che lavoravano la... bella... piena di tutto, colori, razze, gente diversa, strana e normale.. :D sarebbe il mio abitat ideale ;)
foca
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